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06/06/2013 - Coraggio,salta! Ecco come e perche' cambiare conviene
Focus n248 Giugno 2013

Ci piaccia o meno, siamo continuamente attraversati dal cambiamento. Nasciamo, diventiamo adulti, invecchiamo, ci ammaliamo, moriamo. Si rinnovano in ogni momento le nostre cellule e le connessioni cerebrali. Nel corso della nostra vita ci può capitare di cambiare amici, partner, corsi di studio, lavoro, città. Attraversiamo lutti, crisi, malattie ma anche successi, amori, fortune. Tutto questo, ovviamente, influisce sul nostro modo di pensare e sulla nostra struttura emotiva, cambiandoci.

Come si cambia?

"Sostanzialmente in due modi: in peggio o in meglio. Ottenere il primo risultato è facilissimo: non bisogna fare nulla, illudendosi così di fermare il cambiamento. Basta restare immobili nelle proprie abitudini e nei propri giudizi e lasciare che siano la vita e le scelte altrui a modificarci, rendendoci ogni giorno più inermi e incapaci di cogliere qualsiasi opportunità di miglioramento ci passi casualmente a fianco" spiega Bruno Bara, docente di psicologia dell'Università di Torino. "E' così semplice che almeno metà dell'umanità pensa che stare male sia normale e non tenta neppure di alleviare la propria infelicità".

Cosa significa cambiare in meglio?

Evolversi in meglio, invece, è tutta un'altra faccenda. "Significa affrontare un cambiamento profondo, e perchè questo avvenga ci saranno dei mutamenti a livello emotivo (come il mondo esterno impatta sul nostro mondo interno), cognitivo (come valutiamo quello che ci accade) e perfino fisico. In un certo senso, trasformarsi equivale ad opporsi al disordine del mondo, scegliendo per se stessi una propria direzione: una fatica enorme" dice Bara. Questa difficoltà ad affrontare cambiamenti profondi è in un certo senso "giustificata" anche dalla struttura e dalla fisiologia dei neuroni che formano la rete nervosa del nostro cervello. "A livello neurale" spiega Marco Tamietto, ricercatore di psicobiologia e psicologia fisiologica all'Università di Torino "il cambiamento, che nelle neuroscienze si definisce 'plasticità', è la norma. I nostri neuroni si attivano e creano nuove connessioni continuamente. Tuttavia già verso i 10/15 anni, nel nostro cervello si sono creati dei percorsi preferenziali tra gruppi di neuroni connessi tra loro e che si attivano insieme: la 'mappa' di questi percorsi in qualche modo rappresenta il nostro modo di pensare e soprattutto il nostro modo di sentire e interpretare la realtà attraverso le emozioni. Non è una geografia definitiva, e continuerà ad evolversi. Ma si tratta comunque di una struttura che, in assenza di eventi traumatici oppure di una trasformazione attiva e consapevole, si farà sempre più rigida nel tempo". 

Perchè allora affrontare la fatica di cambiare? 

In realtà, quando il processo è iniziato, quando cioè il nostro cervello si rende conto che c'è qualcosa che non va nella nostra vita e che la possibilità di cambiarla è in mano nostra, difficilmente rinunciamo all'impresa. Il premio, alla fine del processo, è che 'funzioniamo' meglio, il nostro agire nella realtà diventa più efficace (pensieri, parole e comportamenti diventano più coerenti tra loro) e, banalmente, saremo più felici di prima. 

Un cambiamento così profondo è sempre necessario?

Non sempre. Possiamo cambiare lavoro o affrontare un problema senza bisogno di attuare ogni volta su noi stessi una 'ristrutturazione' totale. Ci riescono meglio le persone che sono più dotate di 'elasticità mentale', cioè della capacità di raccogliere e rielaborare nuove idee e punti di vista e questo è possibile attraverso un percorso personale di psicoterapia. In realtà soltanto noi possiamo sapere quando è necessaria una trasformazione profonda. E lo sappiamo perchè soffriamo. "E' il corpo il primo a segnalare che qualcosa non va, solitamente con uno o più dei tanti sintomi legati allo stress, dal bruciore di stomaco al mal di testa" dice Bara. Il malessere corporeo è legato all'emergere di emozioni di 'innesco', che segnalano il bisogno di un impellente cambiamento nei modi di vivere. Perchè la trasformazione si realizzi, tuttavia, è necessario che alle emozioni si aggiunga la consapevolezza cognitiva della sofferenza che si sta vivendo e, al contempo, della necessità di modificare il nostro agire sul mondo. 

Con quali strategie ostacoliamo il cambiamento?

Prima tra tutte, nascondere la testa sotto la sabbia: non guardare significa non sapere, quindi non portare mai a livello di consapevolezza che cosa veramente ci sta succedendo. In secondo luogo, possiamo giudicare ciò che ci succede in modo distorto: "non ho motivo di stare così male", oppure "si, sto male ma non ho il diritto di fare nulla per stare meglio", reazioni tipiche quando il cambiamento è imposto da situazioni famigliari difficili. Poi possiamo procastinare il cambiamento all'infinito: "sto male oggi ma ci penserò domani".. Tuttavia "la paralisi è dolorosa, l'incertezza è dolorosa, l'attesa è dolorosa. E mentre pensiamo di restare fermi, in realtà ci trasformiamo, ma in negativo: diventiamo sempre più passivi, attribuiamo sempre più spesso agli altri la responsabilità del nostro stare male e perciò ci sentiamo sempre più incapaci, deboli e vulnerabili". Infine l'estrema strategia di resistenza al cambiamento è la fuga. Esempio tipico è quando ci si libera di una relazione insoddisfacente per cacciarsi in un'altra assolutamente identica. "E' la strategia più pericolosa" dice Bara "perchè è ingannatoria. Ci sembra di avere fatto un grande cambiamento ma in realtà, non avendo trasformato nulla dentro di noi, presto ci ritroveremo immersi nello stesso disagio di prima".

Che cosa serve, allora per cambiare davvero?

"Prima di tutto bisogna fermarsi e guardare cosa ci sta accadendo" continua Bara. "Osservare la realtà con grande attenzione, quello che accade fuori e soprattutto dentro di noi, nelle nostre emozioni. Occorre 'entrare' nella sofferenza, farsi molte domande, provare ad uscire dal solito modo di vedere le cose e stare a guardare cosa succede e cosa ci è accaduto, osservandolo da un altro punto di vista. Dall'esterno sembrerebbe che non stiamo cambiando nulla, ma è un'immobilità solo apparente: quando attraversiamo questa fase (in cui il nostro malessere può perfino acuirsi), in realtà dentro di noi tutto si sta già muovendo. A livello consapevole, noi possiamo solo intuire che il cambiamento è iniziato, anche se non sappiamo dove ci porterà. Di solito questa intuizione quasi 'viscerale' è sufficiente a sostenerci nelle fasi successive, in cui sperimenteremo nuove idee e atteggiamenti, proveremo a mettere in atto nuovi comportamenti, esploreremo nuove vie finchè non avremo trovato le soluzioni che ci fanno stare meglio e avremo recuperato un nuovo equilibrio, più stabile e soddisfacente.

Su quali risorse bisogna puntare per affrontare un cambiamento?

"Ognuno cambia a modo suo" dice Bara "ma è comunque un percorso incerto e impegnativo, fatto di diversi tentativi ed errori. Servono pazienza, resistenza e soprattutto molta benevolenza verso noi stessi". Non si tratta, insomma, di un 'tuffo eroico' nell'ignoto, ma, piuttosto, di un cammino lento ma deciso verso una nuova direzione. "E poi, naturalmente, serve qualcuno che ci voglia bene" continua Bara. "Da soli, infatti, è molto più difficile. Per attraversare il cambiamento non abbiamo soltanto bisogno di un sostegno emotivo, ma anche di qualcuno che ci proponga un modo diverso dal nostro di vedere le cose..Chiunque ci voglia stare accanto senza giudicarci ma confortandoci nella nostra capacità di cambiare, chiunque ci aiuti ad uscire dai nostri stereotipi mentali, vale oro".

Isabella Cioni. 

 
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